Un viaggio nella voce di Bari: il suono delle strade, la risata dei mercati, tre parole giuste al momento giusto per non sentirsi ospiti ma parte della scena.
Il dialetto barese non è solo parlato. Vibra. Si sente tra i vicoli di Bari Vecchia, al mercato del pesce, nei bar all’alba. Ha ritmo, ha malinconia, ha ironia. Se arrivi da fuori, ti colpiscono la pronuncia asciutta, le vocali che scivolano, le consonanti raddoppiate come colpi di tamburo. E un dettaglio che apre porte: l’articolo breve, “u” per il maschile e “a” per il femminile. È un invito a stare sul pezzo, senza fronzoli.
Il barese appartiene ai dialetti meridionali intermedi dell’italoromanzo. Base latina, stratificazioni secolari. La storia qui non è cornice, è impasto. La città fu emirato tra l’847 e l’871, poi di nuovo bizantina fino al 1071. Arrivarono i Normanni, quindi svevi, angioini, aragonesi e spagnoli. Ognuno ha lasciato un segno, soprattutto nel lessico e nell’intonazione. Gli studi riconoscono prestiti dal greco bizantino, dal franco-angioino e dallo spagnolo, oltre a contatti adriatici con la costa dalmata. Le comunità arbëreshe della regione hanno aggiunto sfumature, anche se l’apporto preciso a Bari città cambia da quartiere a quartiere e non sempre è documentabile con certezza.
L’uso di “mo’” (dal latino “modo”) per dire “adesso”, il verbo andare come “scì”, l’intonazione che sale in fine frase quando la domanda è affettuosa più che inquisitiva. E la rima dura dei raddoppiamenti: “bbell”, “ffuèc”. Sono segnali chiari che non imitano Napoli, non copiano il Salento: Bari suona Bari.
“Ué, com sté?” Saluto diretto, senza cerimonie. Letteralmente “Ehi, come stai?”. “Ué” apre, “com sté” chiude con calore. In strada funziona ovunque: al fornaio, dal fruttivendolo, tra amici. Tienilo breve, con la “é” tesa. Se vuoi aggiungere colore: “Ué, com sté, tutt appost?” (“tutto a posto?”). È una formula di espressione tipica che segnala ascolto più che formalità.
“Mo’ mo’” Timing barese in due sillabe. Significa “proprio adesso”, “subito-subito”. È diverso da un generico “ora”. Ha urgenza amica, non ansia. Esempio: ti chiamano, rispondi “Arriv’, mo’ mo’”. Il raddoppio non è vezzo, è precisione temporale. Chi ascolta capisce che non stai rimandando.
“Uagnó” Vocativo che vale “ragazzo”, “amico”, a volte “fratello minore”. Si usa anche con affetto verso chi è più grande, se il tono è morbido. “Uagnó, che ffàme?” è un invito a decidere insieme. L’etimologia è discussa e la forma varia (“uagnòn”, “uagliò” in zone vicine), ma l’uso a Bari è stabile e riconoscibile. È una parola di influenza campano-apulo, entrata da secoli nella parlata cittadina.
Queste tre chiavi funzionano perché rispettano il passo della città: breve, concreto, senza teatralità. Il barese non urla; taglia il superfluo. Una dritta di pronuncia: non allungare le vocali e non “italianizzare” le doppie. Meglio una parola in meno che una cadenza sbagliata. E ricorda che il dialetto di Bari cambia leggermente da quartiere a paese: la sostanza resta, i bordi si muovono. Dove non abbiamo dati certi, la prassi consiglia ascolto e misura.
Poi, certo, c’è la musica delle mani, il sorriso a mezza bocca, il mare che detta il metronomo. Prova a dirlo piano: “Ué, com sté?”. Forse è da lì che inizia l’idea di casa, anche per chi non l’aveva messa in valigia. E tu, quale parola useresti per farti spazio senza fare rumore?