Esiste un cortocircuito geografico che da quasi un secolo confonde i viaggiatori e diverte i pugliesi. Ma la storia di questo “furto” d’identità è molto più profonda di un semplice cambio di nome: è una vicenda che attraversa l’oceano, passa per il socialismo americano e finisce tra i vicoli di calce bianca dell’Adriatico.
Tutti pensano che il gioco sia nato dalla mente di Charles Darrow durante la Grande Depressione. In realtà, la vera inventrice fu The Landlord’s Game (Il gioco del proprietario terriero).
Il paradosso? La Magie lo aveva creato per mostrare quanto fosse ingiusto e distruttivo il monopolio delle terre, non per esaltarlo! Voleva educare le persone a un sistema più equo. Charles Darrow, anni dopo, prese quell’idea, la semplificò, la rese “capitalista” e la vendette alla Parker Brothers facendosi passare per l’unico inventore. La parola Monopoly serviva a descrivere proprio quel possesso esclusivo del mercato che la Magie odiava.
Mentre negli USA il gioco diventava un successo planetario col nome di Monopoly, in Italia si presentò un problema: negli anni ’30 il regime fascista vietava termini stranieri.
L’editore milanese Emilio Metreix si trovò davanti a un bivio. Tradurre letteralmente “Monopolio” suonava troppo politico e austero. Scelse allora di italianizzare il suono originale trasformandolo in Monòpoli, ricalcando esattamente il nome della città barese. Ma la beffa non finisce qui: mentre il nome richiamava la Puglia, le vie del tabellone (Via Roma, Piazza Università, Vicolo Corto) vennero modellate sulla pianta di Milano, dove aveva sede la casa editrice. Abbiamo giocato per decenni su una mappa milanese chiamandola col nome di una città pugliese.
Qui accade il paradosso più divertente. Nonostante il gioco derivi dall’inglese Monopòly (accento sulla “o” di mezzo, come il concetto economico), in Italia nessuno direbbe mai: “Stasera giochiamo a Monopòli”. Suonerebbe malissimo, quasi alieno.
Tutti noi, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, diciamo Monòpoli, spostando l’accento esattamente dove lo mettono i pugliesi da secoli. Abbiamo “adottato” la pronuncia della città per battezzare il gioco di cartone. La vera beffa è questa: usiamo il nome e l’accento di un luogo meraviglioso della Puglia per indicare un tabellone che, per anni, ci ha fatto camminare tra i palazzi di Milano.
Il parallelismo tra il gioco e la città reale oggi è quasi comico:
Per decenni, il comune di Monopoli ha vissuto con fastidio il fatto di essere associato a un gioco che non lo rappresentava. Nel 2017, la Hasbro (l’azienda che produce il gioco) decise di lanciare un concorso nazionale chiamato “Monopoly Italia”. L’idea era rivoluzionaria: eliminare le vecchie vie milanesi (Via Roma, ecc.) e sostituirle con le 20 città italiane più votate sul web.
Qui è scattata la mobilitazione:
Significa che per 80 anni il gioco ha usato il nome “Monopoli” solo per un’esigenza di censura fascista (come ti spiegavo prima, serviva un nome italiano che suonasse come l’originale). La città era un “donatore di nome” involontario.
Entrando nel tabellone nel 2017, la situazione si è ribaltata:
Non si sono fatti causa, ma la città ha usato il gioco come un gigantesco cavallo di Troia pubblicitario. È passato dall’essere “quella città che si chiama come il gioco” a “quella città talmente bella che ha conquistato il posto d’onore nel gioco”.
La storia si è chiusa solo nel 2017 quando, grazie a un plebiscito online, la città di Monopoli è entrata ufficialmente in un’edizione speciale del tabellone. Dopo ottant’anni, la Puglia si è ripresa il suo nome “rubato”, dimostrando che la realtà della “Città Unica” è molto più solida di qualsiasi hotel di plastica rossa.
L’unico vero “imprevisto” che può capitarti tra queste strade? Renderti conto che, una volta arrivato qui, non vorrai più “passare dal via” per tornare a casa.