Una piazza di mare, un leone che non ruggisce più, una colonna che ha visto vergogna e ferite: a Bari, la memoria si alza in silenzio e guarda ancora la città negli occhi.
C’è chi arriva in Bari Vecchia verso sera. La luce scivola sulle facciate chiare, il vento porta odore di salsedine. In Piazza Mercantile la vita scorre tranquilla: voci basse, tazzine, passi rapidi. Poi lo sguardo inciampa in un animale immobile. Un leone scolpito, accovacciato. Sopra, una colonna. Non decorazione. Non solo arredo. È la colonna infame.
Bari, una piazza che giudicava
A metà Cinquecento la città vive dentro il Regno di Napoli, sotto il dominio spagnolo. Le piazze sono tribunali all’aperto. Le punizioni si mostrano, perché punire significa educare. La nostra colonna nasce in quel clima. È chiamata Colonna della Giustizia. Serve a esporre chi ha truffato, chi non ha pagato i debiti, chi ha violato la fiducia pubblica. La logica è chiara e dura: rendere il corpo un avvertimento.
Le cronache parlano di pene infamanti
La gogna come pratica comune in Europa. A Bari prende forma in questo punto preciso della città mercantile, accanto ai portici e alle botteghe. Il leone, di pietra e paziente, regge l’ordine. Non tutte le modalità sono documentate con certezza. Si riferiscono pubbliche umiliazioni, esposizione al sole, frustate. La diceria più cupa – orecchie inchiodate al legno – circola ancora, ma non trova prove definitive. Qui vale una cautela: la storia ricorda, il mito ingigantisce.
Il periodo è lungo
Tra XVI e XVIII secolo la colonna resta un segnale fisso. Cambiano amministrazioni e codici, non cambia l’idea che la reputazione sia materia pubblica. Solo nell’Ottocento, con le riforme penali moderne, le pene infamanti vengono abolite. La colonna smette di giudicare. Resta come oggetto. Resta come domanda.
Dove si trova oggi
Oggi la colonna infame di Bari è lì dove l’hanno voluta: nel margine sud-orientale di Piazza Mercantile, a pochi passi da Piazza del Ferrarese e dal mare. La riconosci subito. È una colonna semplice, chiara, piantata su un leone di pietra accovacciato. Intorno passano studenti, turisti, signori con la spesa. Di notte, taglia l’ombra in due.
Dettagli utili
La piazza è piatta e aperta, facile da raggiungere a piedi dal lungomare. Il leone è basso, alla portata degli occhi dei bambini. In certe ore, quando i tavolini si spargono, capita di sedersi a un passo da ciò che un tempo era il centro di pubbliche umiliazioni. Capisci così la densità di questo angolo: la convivialità di oggi si appoggia su un passato severo.
Un esempio aiuta a misurare la distanza
Immagina un mercante del Seicento, saldo nel suo banco. Una frode lo tradisce. Gli ufficiali lo accompagnano alla colonna. Il volto non è più privato. Diventa piazza. Le risate, le offese, a volte la pietà. La pena passa. L’eco resta. Oggi, uno smartphone inquadra la stessa scena, ma per un selfie. La città cambia: la pietra capisce.
Non c’è bisogno di enfasi
La Colonna della Giustizia racconta da sola. Non chiede perdono. Non pretende condanne. Sta lì, al centro di un passato che ci riguarda. Davanti a lei, ci si ferma un attimo. Ci si chiede: quanto pesa davvero una vergogna quando le pietre la ricordano e gli uomini provano a dimenticarla?


