Un palazzo affacciato su una strada stretta, il vociare della Bari vecchia alle spalle, e poi una scala che scende. Lì sotto le pietre si aprono come pagine, e il tempo si fa vicino.
Il fascino discreto di Palazzo Sagges
C’è un fascino discreto in Palazzo Sagges. La facciata non ostenta. Ti accoglie con misure umane, tra la Cattedrale di San Sabino e il Castello che presidia il mare. Sembra uno dei tanti palazzi storici della città vecchia. Invece custodisce un racconto capace di cambiare il ritmo della passeggiata.
Una nota utile prima di scendere
Prima di scendere, una nota utile. La zona è nota anche come Palazzo Simi–De Burgis. Alcuni documenti usano entrambe le denominazioni per lo stesso complesso o per edifici contigui in strada Sagges e strade adiacenti. Non tutti i cataloghi coincidono: l’uso locale varia e non c’è una nomenclatura univoca e definitiva. Il consiglio è semplice: chiedi sul posto quale ingresso è aperto e a quale percorso si riferisce la visita.
Il palazzo e i suoi sotterranei
Il palazzo, di impianto rinascimentale, appoggia su fondamenta più antiche. Nel cortile senti la pietra respirare. Qualche gradino più giù, la luce si fa morbida, l’aria cambia. Le guide invitano a guardare i margini, dove i muri raccontano la città come un palinsesto.
Una soglia, molti secoli
È qui che il punto centrale emerge senza fretta. Nei sotterranei sono affiorate tracce che vanno dall’Età del Bronzo all’epoca bizantina. Un arco lunghissimo per un solo isolato. È la prova più eloquente della stratificazione di Bari: case sovrapposte ad altre case, strade che ricalcano strade, gesti quotidiani che sedimentano.
Cosa significa, in concreto?
Cosa significa, in concreto? Significa pavimenti in cocciopesto accanto a ciottoli schiacciati dal passaggio. Significa buche di palo e focolari antichi, segni che alcuni strati risalgono al secondo millennio a.C. Significa una trama romana riconoscibile nell’orientamento dei percorsi, frammenti di anfore e ceramiche comuni. Significa ambienti tardoantichi e altomedievali, con muri rifatti e materiali di reimpiego. E poi la stagione bizantina: Bari capitale del Catepanato fino al 1071, con livelli che testimoniano attività artigiane e riorganizzazioni degli spazi. Non tutte le sale conservano le stesse evidenze e non sempre sono accessibili; le aperture cambiano con i lavori e le mostre.
Il bello è come tutto si tiene
Il bello è come tutto si tiene. Un gradino usurato parla di piedi, non di date. Una canaletta incisa nella pietra racconta l’acqua, non un manuale. Eppure i dati ci sono, leggibili: si distinguono fasi edilizie, quote diverse, interventi successivi. La archeologia qui è un mestiere paziente e concreto, fatto di misure, confronti, campioni. Eppure, a colpire, è la semplicità delle tracce.
Visitare oggi
Le visite, quando attive, seguono un percorso assistito. Vedi da vicino tagli di scavo, piani pavimentali, un tratto di percorso antico e i muri che ne segnano i confini. La cartellonistica è essenziale, le guide colmano i vuoti con esempi chiari. Non tutte le informazioni sono pubbliche o definitive: alcune datazioni restano in revisione e vengono indicate come ipotesi in attesa di conferma. Prima di andare conviene verificare orari e modalità di accesso, che possono variare per lavori o iniziative della Soprintendenza.
Fuori, il quartiere riparte con il suo passo
Fuori, il quartiere riparte con il suo passo. Il mare è a due curve, il Castello Normanno-Svevo sembra più vicino. Ti accorgi che l’immagine non è un cliché: un quartiere intero poggia davvero su un labirinto di pietra. E allora la domanda nasce da sé: quante città stanno ancora sotto la città, in attesa che qualcuno le rilegga con la stessa calma con cui si sfoglia un libro amato?


