Perché i baresi dicono “se Parigi avesse il mare”? Storia di un orgoglio smisurato.

Una passeggiata sul lungomare, il profumo di salsedine e il borbottio delle onde: a Bari, ogni tanto, qualcuno sorride e dice che, se Parigi avesse il mare, somiglierebbe a questa città testarda e luminosa. Non è solo una battuta: è un gesto d’identità.

Hanno un modo speciale, i baresi, di tenere il mondo nel palmo della mano. In dialetto suona più netto: “Se Parìgghie avésse u mare, jère ‘na piccénne Bari”. È un lampo. Fa ridere. Ma non è una provocazione vuota. È un invito a guardare meglio.

Da dove nasce l’espressione

L’origine precisa non è documentata. Non ci sono archivi certi. Circolano ipotesi: marinai del porto a inizio Novecento, slogan da bar negli anni del boom, cori da stadio. Nessuna verifica definitiva. Quello che sappiamo è che la frase si è incollata al carattere cittadino, racconta un orgoglio che non chiede permesso.

Bari è capitale di regione, affaccia su un Adriatico vivo, conta oltre 300 mila abitanti. Ha un lungomare monumentale creato tra Anni Venti e Trenta, i lampioni che disegnano archi di luce, palazzi eclettici e vista larga. In centro, il quartiere Murat nasce nell’Ottocento con un impianto a griglia razionale. In mezzo sta il Teatro Petruzzelli, inaugurato nel 1903, fra i più grandi in Italia, rinato nel 2009 dopo l’incendio. Dall’altra parte c’è Parigi, la Senna, i boulevard ridisegnati nell’Ottocento, i caffè, la vita a piedi. Due capitali diverse, certo. Ma alcune linee si incrociano.

Somiglianze possibili tra Bari e Parigi

Parto da una parola: camminare. A Parigi lo chiamano flânerie. A Bari è lo “struscio”. Cambia il suono, non l’idea: una promenade che fa città. Sul mare o lungo un fiume, la scena è la stessa. Gente che osserva, ascolta, vive a ritmo lento.

Poi c’è la forma. Il Murat, con le vie dritte e gli isolati regolari, ricorda certi quartieri europei di impronta ottocentesca. Non è Parigi, ma dialoga con quella logica spaziale. Le facciate chiare del lungomare, l’impianto teatrale del Petruzzelli, i caffè di corso Vittorio Emanuele: tutti segnali di una vocazione urbana che cerca respiro e misura. La Bari Vecchia, invece, con i vicoli fitti, gli usci aperti, i profumi di orecchiette e focaccia, aggiunge quello che Parigi non ha: la cucina a cielo aperto, il saluto che diventa rito.

La sociabilità è un altro punto. Entrambe amano la strada. La sosta breve al bancone, il tavolino all’aperto, la chiacchiera che si allunga. La città diventa teatro domestico. E, quando cala la sera, le luci rimbalzano sull’acqua: Senna o Adriatico, la magia è simile.

Qui, a metà, arriva il senso della frase. “Se Parigi avesse il mare” non è un confronto tecnico. È una iperbole affettuosa. Dice: Bari non vuole somigliare; vuole contare. Vuole essere presa sul serio. E sceglie la scala più alta per farlo. Una boutade? Sì. Ma dentro c’è una promessa: noi valiamo quanto pensiamo di valere.

Allora, la prossima volta che sentirete quella frase, domandatevi: quale città sapete amare al punto da ribaltare il mappamondo con una battuta? Magari, senza accorgercene, stiamo tutti cercando il nostro mare.

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